21 giugno 2017

Chi ben comincia..., #20

Ciao lettori, 
oggi vi lascio l'incipit di un libro che sto leggendo in questi giorni. Abbastanza da tentarmi è il nuovo romanzo contemporaneo di Leila Awad, esordita lo scorso anno con Ombre sulla pelle.

Chi ben comincia…
Rubrica creata dal blog Il profumo dei libri
Ad ogni appuntamento vi proporrò un incipit preso a caso da un libro contenuto nella mia libreria.
Non c'è un giorno fisso per l’appuntamento.
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Madrid, 7 settembre 2009 

È una verità universalmente conosciuta che, nelle giornate più importanti, tutto ciò che potrà andare storto, andrà storto. Quella mattina, per esempio, la sveglia non funzionò e le 6 arrivarono e passarono senza alcun suono a segnalarlo. Fortunatamente mia sorella aveva puntato la sua sveglia mezz’ora dopo e il rumore della doccia fu sufficiente a svegliarmi di soprassalto, ma naturalmente tutte le mie buone intenzioni di partire in anticipo per evitare ritardi sfumarono. Quando arrivai in stazione, trafelata e affamata, il treno che da Alcalà de Hernanes mi avrebbe portata a Madrid stava per partire e tirai un sospiro di sollievo: avevo un’ora prima dell’appuntamento, giusto il tempo di arrivare in città e prendere la metropolitana. Ero sicura che, anche se di corsa, ce l’avrei potuta fare. Illusa! All’improvviso il treno si fermò per il malore di un passeggero e così il mio ritardo aumentò inesorabilmente; quando arrivai alla stazione di Atocha non mi rimanevano che dieci minuti per arrivare a destinazione. Impresa impossibile, naturalmente, giacché dovevo cambiare due metropolitane, e quando finalmente raggiunsi l’entrata di El Paìs l’ora dell’appuntamento era passata da quindici minuti. Varcai la porta scorrevole e mi avvicinai ad una signora di mezza età che sedeva dietro un bancone. “Salve, sono Isabella Bendecido Vidal, sono qui per lo stage.” 
La donna non alzò neppure gli occhi dal computer, limitandosi a fare cenno con la mano di andare verso destra e commentando qualcosa che somigliava a terzo piano. Sperando di aver compreso, entrai in ascensore e mi guardai allo specchio: ero un disastro, il volto era lucido e rosso per la corsa, del trucco frettolosamente fatto sul treno rimaneva poco, la camicetta si era sgualcita e i capelli erano spettinati. 
Li legai in una coda e, mentre mi ripassavo rapidamente il rossetto sulle labbra, cercai di costringere il mio respiro a riprendere regolare: era la mia giornata, quella, e nulla me l’avrebbe rovinata, neppure l’universo. 
Quando arrivai al terzo piano una segretaria mi indicò un divano e mi invitò ad attendere. Quei minuti mi servirono per ricompormi e quando la porta si aprì ero pronta a sfoggiare il mio sorriso migliore: ne uscì un ragazzo gracilino che mi ricordava Steve Rogers prima di diventare Capitan America, subito seguito da un uomo possessore degli occhi più blu che avessi mai visto. 
Quando mi alzai fu Steve Rogers a rivolgersi a me. “Signorina Bendecido, sono Juan Altares, delle risorse umane. È in ritardo, come mai?” Avvampai. “Mi dispiace molto, signor Altares, una sequenza di eventi fuori dal mio controllo, ma ne sono comunque costernata. Non è mia abitudine fare tardi agli impegni importanti e questo indubbiamente lo è.” 
“Non sapevo cercassimo una nuova segretaria” intervenne allora l’altro. 
Segretaria? Senza nulla togliere al lavoro della segretaria, ma esattamente perché quel tizio pensava che io fossi lì necessariamente per quello? 
Mi concessi un attimo per analizzarlo: era alto e snello, sulla trentina, aveva lineamenti regolari e un’ombra di barba a coprire la mascella, i capelli scuri erano leggermente lunghi e ordinati e nel complesso aveva un’aria aristocratica. L’abito, blu scuro, era di alta sartoria, probabilmente creato su misura, così come la camicia; non mi sarei stupita se avesse avuto le iniziali ricamate sopra. Una cravatta di Hèrmes e un orologio dall’aria molto costosa completavano l’abbigliamento. Era un uomo che mi sarei aspettata di incrociare in banca o in uno studio legale, non nella redazione di un quotidiano. Magari era uno degli avvocati del Paìs
“Non lo facciamo, infatti. La signorina è Isabella Bendecido Vidal ed è qui per uno stage.” 
L’avvocatuncolo, a quel punto, per la prima volta mi guardò davvero, squadrandomi dalla punta dei disordinati capelli fino a quella delle Nike, probabilmente chiedendosi se fossi più improbabile come segretaria – l’abbigliamento elegante e i tacchi alti di chi mi aveva accolto non mi erano sfuggiti di certo – o come giornalista. Alzai la testa, reggendo il suo sguardo. 
“E lei è?” 
“Isabella, permettimi di presentarti Liam Adreci Knight, giornalista di punta di El Paìs.” 
Con ogni probabilità sbiancai. Sicuramente il cuore prese a martellarmi nel petto, ma prima di riuscire a elaborare un pensiero coerente, Adreci se ne andò, salutando con un cenno Altares e senza degnarmi di un’ulteriore occhiata. 
“Vieni, seguimi. Posso darti del tu, vero?” 
Ci accomodammo nella sua stanza e io cercai di ricompormi, nonostante fossi ancora scossa da quella rivelazione. 
“Sono molto felice di conoscerti, Isabella. Sono rimasto colpito dal tuo curriculum, laurea in giornalismo alla Complutense, master biennale all’università di Lione. Hai superato brillantemente le tre prove di selezione e sono sicuro che sarai un ottimo acquisto per il quotidiano.” 
“Lo spero. Farò di tutto per meritare questa opportunità.” 
“Non ne dubito. Comincerai con bozze da correggere e articoli da sistemare, se i giornalisti vorranno potrebbero decidere di portarti con loro fuori. Sei una stagista, non ti illuderò al proposito: non ti staranno dietro, non tutti almeno, quindi starà a te cercare di trarre il più possibile da questi dieci mesi. So che parli tre lingue.” 
“Sì, ho frequentato una scuola bilingue quindi parlo l’inglese fluentemente e ho imparato il francese nel periodo trascorso a Lione.” 
“Bene, ci sarà sicuramente utile. Vieni” concluse Altares, precedendomi fuori dalla stanza. “Anna, mostra alla signorina Bendecido la sua postazione. Buon lavoro, Isabella.”

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Cosa ne pensate di questo inizio? Attira la vostra curiosità?
Fatemi sapere, 
Leen

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